Per il Natale 2009 mi auguro che
ciascuno di voi possa trovare, prima o poi, un suo "Mio
Compare".
Io lo cerco ancora.
È una solitudine difficile da arginare con queste infinite
distanze di sguardi e controlli a tappeto su quello che siamo o,
ancora peggio, su quello che gli altri si aspettano sul nostro
comportamento.
Ero in piazza Trento e Giovanni sembrava sbronzo, forse lo era
davvero. Sta di fatto che si è presentato da solo a noi, quasi a
mascherare grazie all’alcool una finta ubriacatura, giusto per
attaccare bottone. Non lo so, non lo conosco. Eppure lui e suo
Mio Compare (così ha chiamato il cane trovato in giro da cinque
giorni) sembravano due tipi tosti. Mi piacevano tanto, ma mi
ricordavano terribilmente la mia precaria realtà. L’uno poteva
contare sull’altro, in ogni caso. Li guardavo, ma solo per
disperata invidia.
Giovanni ha detto:
“Ho trovato Mio Compare cinque giorni fa. Almeno lui ha trovato
me, io ancora aspetto”.
In realtà, lui l’aveva trovato.
È qualcosa che ti colpisce in faccia, questa verità che ti
disarma, ti inquieta e ti mostra una fragilità personale che non
si riesce in un respiro a gestire. Proprio di solitudine
parlavano i suoi occhi, quella terribile “pelle” che ti prende
in circostanze apparentemente conosciute, mentre poi invece sono
misteriose, assurde, asfissianti. E sanno di buio. In pochi ti
capiscono, pochi ti ascoltano, troppo impegnati ad una forma da
dare alla propria apparenza da dottore, avvocato, professore e
giornalista. Almeno Mio Compare ha trovato Giovanni, “povero” di
artefatti urbani. Noi, invece, stiamo qui ancora ad aspettare
ciò che può compensare, una eterna ricerca del niente e del
nessun luogo, perché non ci piace mai abbastanza la forma della
vita e il suo ostinato prezzo quotidiano. Cerchiamo un pane in
più, una stoffa in più, una ciabatta in più. E ci costruiamo
impalcature continue. E moriamo in realtà di tutto questo ogni
giorno. Un ubriaco, almeno, lo guardiamo. O perché ci sembra
ridicolo o perché ci fa pena. In ogni caso lo guardiamo. A noi,
invece, ci guardano in pochi, almeno che non ci siano una
curiosità, uno spettro di sapere e una circostanza richiesta.
Siamo “ricchi” noi, ma di un affaticamento umano ormai saturo di
quello che non ci serve. Un cane vuole il cibo, ha nel DNA la
voglia di prendersi cura di te, affinché sia quasi uno scambio
equo o addirittura sia in realtà lui a colmare quelle assenze e
quei vuoti che ti senti dentro quando sei in giro o quando ti
chiudi la porta alle spalle e resti solo.
Chissà se, prima o poi, ciascuno di noi potrà trovare il suo
“Mio Compare” in qualsiasi forma e in qualsiasi luogo, anche per
non sentirsi solo almeno per una sera.
In fondo, anche questa mia asfissia alla tempia, stasera, è una
gabbia di solitudine...
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